
CRISTOBAL BALENCIAGA E L’ “OEUVRE AU NOIR”: IL NERO COME ARCHITETTURA DELLA LUCE.
Marzo 2, 2026Dalla Tunisia a Parigi, un viaggio nella visione di uno stilista che ha rivoluzionato il rapporto tra corpo e abito.
La figura di Azzedine Alaïa, occupa una posizione singolare nella storia della moda contemporanea.
Pur lavorando nel cuore della couture parigina, lo stilista tunisino ha sempre segnato una distanza, quasi critica, dal sistema canonico delle sfilate e dalle logiche commerciali.
La sua visione, caratterizzata da una straordinaria maestria tecnica e da un’attenzione, oserei dire, ossessiva per la struttura dell’abito, è andata a ridefinire il rapporto tra moda, scultura e corpo femminile.
“Voglio creare una fondazione nella mia casa nel Marais, per ospitare le mie collezioni di storia della moda, arte e design, oltre ai miei archivi”.
Il sogno di Azzedine Alaïa, si realizza nel cuore di Parigi, tra rue de la Verrerie e rue de Moussy, dove lo stilista nel 1987, acquista un complesso di edifici, con lo scopo di destinarli in parte ad abitazione, creare un atelier e un laboratorio creativo. Il numero 18 di rue Verrerie, una volta magazzino del Bazar de l’Hotel de Ville, sotto un imponente tetto in vetro e ferro battuto, si trasforma in uno spazio unico nel suo genere. Dopo anni di restauri, emergono affreschi storici e tracce di un passato sociale che Alaïa decide di preservare. Proprio qui, nascono le sue collezioni iconiche, tra cui “Estate 1992”, ispirata a Madame Pompadour, figura femminile che ha sempre avuto un fascino particolare sullo stilista, dovuto alla forza e alla modernità di questa figura storica. Nel 2007, questo spazio, verrà trasformato, grazie allo stesso Alaïa e a Carla Sozzani, nella Fondation Azzedine Alaïa. Un luogo che oggi custodisce l’archivio dello stilista, accoglie mostre dedicate ai grandi della moda, instaurando un dialogo continuo tra moda, arte e design.
Proprio in questo luogo è stata allestita una delle mostre più interessanti, interamente dedicata ad Azzedine Alaïa.
“I VESTITI MI PIACCIONO QUANDO SONO BELLI, SENZA TEMPO, CON POCHI DETTAGLI O ORNAMENTI E IN COLORI PURI, CHE NON INVECCHIANO MAI. PIU’ SEMPLICI SONO, PIU’ SONO DIFFICILI DA CREARE !”
L’atelier ha fatto da cornice a 35 abiti iconici che hanno reso Azzedine Alaia un mostro sacro della moda. Prevale il bianco ed il nero, il cotone, lo chiffon e la pelle, abiti creati seguendo la tradizione degli architetti-designer del 20esimo secolo, con la precisione di uno scultore. La mostra era intitolata “JE SUIS COUTURIER”, citando una delle frasi dello stilista stesso: “Non sono un designer, sono un couturier”.
La storia di Azzedine Alaïa ha inizio nel 1957, quando trasferitosi da Tunisi a Parigi, lavorerà presso la maison Dior, ma il suo incarico durerà pochissimo. Durante la guerra d’Algeria, molti tunisini, furono sospettati e allontanati, Azzedine, perse così il lavoro quasi subito. Condivise poi il lavoro prima con Guy Laroche e successivamente con Thierry Mugler, per poi aprire un proprio atelier negli anni ’70, sulla rive gauche della Senna. Negli anni Ottanta le collezioni di Alaïa volano verso gli Stati Uniti, dove vestiranno donne del calibro di Grace Jones, la quale nel film “Agente 007- Bersaglio mobile”, indosserà proprio gli abiti dello stilista tunisino. Graviteranno intorno a lui e alla sua moda: Naomi Campbell, Madonna e Rachel Welch. Negli anni ’90 ispirato dalla musica hip hop e dallo streat style, proporrà il Total Look Maculato, riconfermando il suo successo e consolidando la sua fama di couturier. Il pret-â porter di Alaia è degno dell’alta moda, per la ricerca della perfezione, la cura del particolare e per la sua fattura. Inguaribile perfezionista non seguiva mai le scadenze imposte dalla fagocitante macchina della moda, sfilava quando e solo se riteneva che le collezioni fossero perfette! Azzedine Alaïa ha saputo trasformare la sua passione per la scultura, frequenterà, infatti, un corso di scultura presso l’Accademia di belle arti di Tunisi, in una professione: quella del couturier. Creando uno stile inconfondibile. Imponendo, non solo agli addetti ai lavori, la sua idea di femminilità scultorea, cucendo gli abiti addosso alle clienti, che riceveva nella sua casa, lavorando in un posto a lui caro come la sua cucina. L’atelier era diventato un luogo dove per tanti anni si sono mischiati giornalisti, sarte, artisti e signore dell’aristocrazia francese, all’insegna di quell’ospitalità mediterranea che lo stilista traeva dalle proprie radici.
La formazione artistica di Alaïa, parte dalla scultura, uno dei motivi per cui, le sue collezioni, prima ancora che dall’idea, partivano dal corpo reale, trattando il tessuto come un materiale plastico. L’abito nasceva osservando la fisicità, costruendo i capi in relazione alla persona che li avrebbe indossati, rendendo così, ogni capo unico. Alaïa, si distinguerà per la pluralità di tecniche sartoriali utilizzate: dalla lavorazione in maglia stretch e viscosa, aderendo al corpo come una seconda pelle, ai tagli complessi in pelle e suede, passando alle lavorazioni con motivi grafici, ottenuti tramite laser e micro-tagli, non potevano mancare poi i drappeggi ispirati alla classicità mediterranea. La varietà del lavoro di Alaïa, deriva indubbiamente dal continuo dialogo tra la storia dell’arte e del costume. Dando vita ad una varietà nel suo lavoro, che paradossalmente, ha contribuito a dargli un’identità ben riconoscibile nel panorama della moda. Dimostrando che la coerenza non significa ripetizione, ma è è possibile esplorare e sperimentate, mantenendo un linguaggio identitario e personale.
Personalmente mi piace ricordarlo citando una sua dichiarazione, d’altra parte cosa altro avrebbe potuto dire un visionario-scultore della moda se non questo:
“ Da Dior sono rimasto il tempo di un soffio: Da Guy Laroche ho imparato tutto quello che bisogna sapere in fatto di tecnica. Una cosa, però, devo ammettere: detestavo disegnare. A me interessava capire cosa c’era sotto gli abiti, come facevano a stare in piedi. Da piccolo, sono cresciuto studiando le creazioni di Balenciaga sulle riviste di moda. Negli atelier, finalmente, avevo la possibilità di capire come fosse possibili. Ero l’incubo di tutti: passavo il tempo a guardare dentro ogni bustier, dentro tutti i cappotti, sotto ogni tubino.”


