
IDENTITA’ E APPARENZA: LE DUE FACCE DELLA MODA. DAI SOCIAL MEDIA AL POTERE DELLO “STATUS SYMBOL” NELLA MODA CONTEMPORANEA.
Maggio 19, 2026COME IL CATTIVO GUSTO E’ DIVENTATO IL SEGNO DEL PRIVILEGIO
C’è stato un tempo e sembra ormai lontanissimo, in cui vestirsi bene, significava aspirare ad un ideale condiviso di eleganza. Un tempo in cui le nonne e le mamme, ci insegnavano a “vestirci bene”, per una forma di rispetto, in primis di noi stessi, dei luoghi e di chi ci sta vicino. Oggi il buon gusto e l’educazione ad un dress code, adeguato alle occasioni o semplicemente ad un quotidiano decoroso, sembrano essere spariti dalla faccia della Terra, fatte salve rarissime eccezioni. Sembra ormai che il vero privilegio della società contemporanea, sia il cattivo gusto, ovvero il potersi permettere di vestirsi male. A volte, non per un’effettiva mancanza di gusto ma forse, per un’eccessiva sicurezza o perché, semplicemente, sempre più persone non hanno più né voglia né interesse nel vestirsi bene. “ L’underconsumption core” sta facendo proseliti, tra le celebrities, passando dagli ambienti della moda per arrivare a noi comuni mortali. Il termine nasce sui social, in particolare su Tik Tok, riferendosi ad un particolare approcio nei confronti della moda, già sostenuto da Vivienne Westwood a suo tempo, quindi nulla di nuovo ma con qualche differenza. Già, perché ancora prima che Tik Tok, coniasse l’espressione “undercomsumption core”, la regina punk della moda britannica, aveva anticipato i tempi, sintetizzando il concetto in uno slogan diventato celebre: “ Buy less. Choose well. Make it last.” Per Vivienne Westwood, una delle figure che hanno maggiormente influenzato la moda contemporanea, il significato di questo concetto non implicava né una rinuncia allo stile né al buon gusto ma il focus era sull’attribuzione di un maggior valore ai capi acquistati.
“ L’undercomsumpition core”, potrebbe rappresentare una reazione “all’overconsumption”, alimentata per anni dai social media, spingendo i consumatori ad uno shopping quasi compulsivo e frenetico. Se nel decennio scorso, il lusso si identificava con il possedere sempre qualcosa di nuovo, nella società contemporanea, il rifiuto del consumo e l’aria sciatta, si sono trasformati in una vera e propria estetica riconoscibile. Sneakers sproporzionate, abbinamenti che sembrano fatti al buio, felpe logore ma con prezzi da capogiro: il cattivo gusto non è più incapacità di vestirsi bene ma è diventato una sorta di dichiarazione, il brutto come linguaggio di distinzione sociale, una forma sottile di potere che ribalta le regole dell’estetica tradizionale. Si celebra l’imperfezione, arrivando in alcuni casi, a rasentare il disagio e l’imbarazzo visivo. Quasi come se non ci fosse nulla di più elitario del potersi permettere di sembrare ricchi trasandati, chiaramente nulla in contrario all’essere ricchi ma sul trasandato….Impossibile non chiamare in causa Miuccia Prada, che nel 1996, con una collezione chiamata “ Banaly Eccentricity”, portò in passerella colori fangosi, marroni spenti, verdi acidi, stampe a modi tovaglia, geometrie psichedeliche, tessuti fake-cheap e silhouettes volutamente lontane dal glamour dominante di allora, mettendo in discussione che il concetto di “desiderabile” nella moda, non dovesse necessariamente coincidere con il “bello”. Quella collezione cambiò la visione di un’intera generazione di designers, da allora di “brutto” ne abbiamo visto abbastanza e la moda contemporanea, ovviamente non voglio generalizzare ma al “gusto del brutto” ci ha abbastanza abituato. Già negli anni Novanta, quasi ad essere un monito per l’avvenire, la signora Miuccia Prada, pronunciò testuali parole: “La ragione per cui mi piace la moda è che cambia. E comunque buono e cattivo gusto sono termini davvero inutili, perché tutto si altera con il tempo”.
In effetti, quello che allora molti critici definirono come l’estetica del “brutto chic”, cambiò radicalmente il modo di intendere il gusto e lo stile. Il lusso non era più identificabile con il bello oggettivo, con la sensualità e con la perfezione formale ma assumeva una connotazione intellettuale e in alcuni casi, oserei dire, disturbante. Il gusto è diventato una questione di interpretazione, più che di attrazione visiva, Prada aveva innescato una rivoluzione culturale negli ambienti della moda. Il “brutto”, così per quello che è la sua accezione più diretta, non è più l’opposto del “bello” ma diventa una sorta di categoria estetica autonoma. L’idea introdotta da Prada, quasi trent’anni fa, si concretizza oggi nella tendenza dell’underconsumption core e quella rivoluzione silenziosa, iniziata nel 1996, che esaltava l’estetica del “vestirsi male”, ha insegnato al mondo della moda che il “brutto”, se osservato da un’ottica particolarmente “radical chic”, può diventare quasi irresistibile. Anche se, a mio avviso, il brutto rimane brutto e basta. Indossare un maglioncino dall’aria infeltrita, scarpe che hanno la parvenza di essere logore o sfoggiare abbinamenti che vanno oltre la decenza è diventato lo status di chi, oggi, detiene un potere, mediatico ed economico, tale da ritenere di non dovere dimostrare più nulla, nemmeno nel modo di vestire. Raggiungendo il privilegio di non dover rispettare le aspettative estetiche degli altri, facendo del Justin Biber di turno (con maglie over over size, pantaloni da basket, ciabatte e calzini bianchi), con la sua apparente indifferenza nell’apparire, un simbolo del trend modaiolo del momento. Il look dello “scappato di casa milionario”, come l’avrebbe definito mia nonna, sembra piacere e più si è ai vertici del successo, più si ha la facoltà di apparire sciatti per scelta. Per le persone comuni, però, vestirsi male, rimane sempre un rischio. Così la moda, ha trasformato la rinuncia delle regole del buon gusto in un simbolo di appartenenza. Si arriva così al paradosso, l’underconsumption e il non consumo, arrivano alla fine, al punto di assolvere la stessa funzione: comunicano entrambe uno status.
Da sempre la moda è una forma di espressione libera, ognuno sceglie, al di là dell’aspetto funzionale, di vestirsi per raccontare la propria identità e il proprio stile personale. La libertà di espressione non elimina, però, il concetto di gusto. Esiste ciò che comunemente viene definito di “buon gusto” e di “cattivi gusto”, non sempre la differenza tra i due è oggettiva. Ciò che per alcuni è elegante e raffinato, per altri può risultare banale e convenzionale. Tra “buon gusto” e “cattivo gusto” c’è chi ritiene esista uno spazio di confronto culturale e sociale, che fa della moda un fenomeno in continua evoluzione, capace per questo di raccontare i cambiamenti della società. Pur concordano con quest’ultima affermazione, personalmente, rimango del parere, che ogni scelta non sia automaticamente apprezzabile in quanto tale. Il “buon gusto” per me continuerà a rappresentare un valore legato all’armonia, alla bellezza oggettiva e al rispetto del contesto.


