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L’industria della moda racconta una storia molto più complessa, rispetto a quanto si pensi, racconta la società, che la moda stessa la crea, con le sue sfaccettature, andando oltre le tendenze e le passerelle. La moda non è una questione di superficie, è un insieme di tendenze, contenuti e connotazioni sociali, ciò che si decide di acquistare e indossare non riguarda solo i vestiti. Va da sé che si tratta di una dinamica più complessa che coinvolge cultura, potere e denaro. Quando un brand prende ispirazione, come è sempre accaduto da tradizioni artigianali, codici culturali o simboli identitari, appartenenti quasi sempre a culture marginalizzate, ci troviamo difronte ad un problema? Possiamo parlare di appropriazione culturale o si tratta semplicemente di fonte di ispirazione? Dalle stampe tribali, più o meno reinventate per le collezioni, ai copricapo cerimoniali trasformati in accessori da passerella, per arrivare alle calzature delle comunità indigene, la moda si trova ad essere in bilico tra omaggio e appropriazione culturale. Il confine è sottile ma le conseguenze sono reali, in un mondo dove l’obbiettivo è monetizzare tutto, anche le radici e la cultura degli altri, la domanda da porsi, non è più solo “è bello?” ma anche “è giusto?”Alcuni sostengono che l’appropriazione culturale, possa avere aspetti positivi ma per far si che ciò avvenga, i designers dovrebbero ispirarsi ad una cultura conoscendola, rispettandola e collaborando con essa, solo in questo modo una cultura può essere valorizzata e non sfruttata. Un esempio positivo , è dato da marchi che lavorano con artigiani locali, riconoscendo e valorizzando il loro know-how, dando visibilità e reddito alle comunità locali. La linea di demarcazione tra sfruttamento e apprezzamento viene stabilita da chi trae vantaggio e chi viene coinvolto. Affinchè non si parli di appropriazione culturale, è necessario che ci sia un riconoscimento pubblico delle fonti, ci siano dei benefici economici anche per le comunità d’origine ed una relazione equa tra le parti. In questo caso possiamo parlare di apprezzamento culturale, andando a ridefinire gli spazi di potere della moda.
QUALI SONO I CASI PIU' RECENTI DI APPROPRIAZIONE CULTURALE?
Sovente i casi di appropriazione culturale, vengono riconosciuti e scoperti, solo dopo lo scandalo, esattamente come è avvenuto nel caso di Prada e Adidas. Nel caso di quest’ultimo, la collaborazione con Willy Chavarria ha portato alla presentazione a Porto Rico delle “Oaxaca slip-on”, andate virali sui social. Queste scarpe riproducono l’intreccio delle “huaraches”, scarpa con la suola chunky in gomma, appartenente alla tradizione messicana. Inoltre le calzature che Adidas in collaborazione con Chavarria, vorrebbero chiamare “Oaxaca”, in onore della città, in realtà sono tipiche del villaggio di Michoacan.
Da qui il caso di appropriazione culturale, le “huaraches” sono un simbolo dell’artigianato messicano, realizzate con lunghe strisce di pelle conciate in Messico, caratterizzate da un intreccio unico al mondo che avvolge il piede. Gli artigiani locali ne realizzano poche paia al giorno, mentre le “Oaxaca slip-on” verrebbero prodotte in Cina ed in quantità industriale.Sicuramente un paio di scarpe con origini artigianali messicane, fabbricate in Cina e rivisitate da Adidas per creare hipe, non sono state nè la forma di apprezzamento né di valorizzazione migliore, per sostenere e valorizzare una cultura, in questo caso quella messicana. Dal 2017 è stata approvata una legge che protegge la proprietà intellettuale e culturale del popolo indigeno, tutelando il loro sviluppo. Di conseguenza, qualora le scarpe venissero messe in vendita, utilizzando il nome della città di Oaxaca, scatterà una denuncia per appropriazione culturale.
Caso analogo, vede coinvolta Prada con i sandali in pelle (chappal), presentati nella collezione linea uomo SS 2026. I sandali griffati Prada, sembrano proprio riprodurre il modello di sandalo chiamato “Chappal” originario della città di Kolhapuri in India. L’accusa nei confronti del brand, mossa dalla Camera di Commercio di Maharashtra è quella di non aver attribuito o riconosciuto le origini delle calzature. Si ripete così, l’identico caso che ha coinvolto Willy Chavarria e Adidas, ma nel caso del Gruppo Prada, si è cercato di limitare il danno, pensando a una possibile collezione Made in India, valorizzando così l’artigianato indiano, cercando di aumentare le esportazioni delle popolazioni locali.
COS’E’ LA “SOSTENIBILITA’ CULTURALE”?
A questo punto forse è il caso di parlare di “sostenibilità culturale” in ambito del settore moda, cercando di ricreare un rapporto di maggiore collaborazione e rispetto per le comunità indigene, attuando una partnership alla pari, concordata tra le due parti. Spesso sono sbilanciati anche i rapporti tra le case di moda e le popolazioni che forniscono materie prime pregiate. Il tema relativo alla “sostenibilità culturale” e all’appropriazione culturale nel mondo della moda, sta diventando una realtà concreta, al punto che nel maggio del 2024, in occasione del Global Fashion Summit di Copenaghen, sono state presentate le prime linee guida di collaborazione con le comunità indigene, specifiche per l’industria della moda.Ovvero dodici principi che invitano le aziende alla collaborazione trasparente, alla pari, al giusto compenso, a creare delle vere e proprie partnership, sia che si tratti di creatività, che di fornitura di materie prime, che siano tessili o semilavorati. L’appropriazione culturale nel mondo della moda è un tema complesso, la moda da sempre ha attinto ispirazione dalle diverse culture ma è essenziale fare una distinzione tra ispirazione e sfruttamento. La differenza, seppur labile, sta nel contesto, nel coinvolgimento e nel riconoscimento delle comunità, dalle quali si trae ispirazione. L’appropriazione culturale, può trasformarsi in un fattore positivo, quando si ha uno scambio inclusivo e non espropriazione, solo con un dialogo aperto e una maggiore sensibilità culturale, evitando così che una cultura venga usata solo come “tendenza esotica” da chi ha più potere economico o visibilità, soprattutto se si tratta di culture già storicamente marginalizzate.


